{"id":51,"date":"2017-05-26T14:43:55","date_gmt":"2017-05-26T12:43:55","guid":{"rendered":"http:\/\/corbellerie.noblogs.org\/?p=51"},"modified":"2017-08-12T17:26:22","modified_gmt":"2017-08-12T15:26:22","slug":"tutti-sanno-cose-un-cesto-pochi-sanno-cose-un-cestaio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/corbellerie.noblogs.org\/?p=51","title":{"rendered":"Tutti sanno cos&#8217;\u00e8 un cesto, pochi sanno cos&#8217;\u00e8 un cestaio"},"content":{"rendered":"<p>Cos\u00ec si potrebbe riassumere, in una frase, lo stato dell&#8217;arte della cesteria in Italia, agli inizi del XXI secolo. Il cesto \u00e8 ancora un oggetto comune e facilmente reperibile, mentre i cestai sono diventati una rarit\u00e0. Il cestaio \u00e8 una presenza inavvertita nel tessuto socioeconomico, un \u201cantico mestiere\u201d da esibire nelle fiere agricole o nei musei etnografici, una sorta di fossile vivente. Certo, nei paesi da cui importiamo questi manufatti, i cestai devono essere ben pi\u00f9 numerosi, com\u2019erano nel nostro paese fino a pochi decenni fa.<\/p>\n<p>Questa situazione, infatti, si \u00e8 venuta a creare in tempi relativamente recenti; l&#8217;enciclopedia Treccani, alla voce &#8220;vimini&#8221;, compilata nel 1937, ci dice che &#8220;L&#8217;industria dei vimini, famosa nell&#8217;Estremo Oriente e notevole anche in var\u00ee paesi europei, come, per es., in Francia, nella Bassa Austria, in Olanda, nella regione del Neckar, ecc., occupa, in Italia, un posto tutt&#8217;altro che trascurabile fra le industrie minori.&#8221; E ancora, poco pi\u00f9 avanti: &#8220;L&#8217;industria dei vimini ha, in Italia, i centri di maggiore produzione nella Brianza e nelle provincie di Treviso, Asti, Firenze; seguono Udine, Fogliano di Monfalcone, Brescia, Genova, Roma, ecc. Complessivamente essa d\u00e0 lavoro ad alcune migliaia di operai, con una produzione annua che si aggira sul valore di 10 milioni di lire e che copre interamente il fabbisogno nazionale, non solo, ma alimenta, in condizioni normali, una relativamente notevole corrente d&#8217;esportazione. Infatti, nel 1929, ad es., l&#8217;esportazione di vimini lavorati super\u00f2 i 13 mila quintali per un valore di oltre sette milioni di lire; principali centri di sbocco la Grecia, l&#8217;Argentina, l&#8217;Egitto e la Germania.&#8221;<\/p>\n<p>Non \u00e8 difficile determinare le cause della fine dell'&#8221;industria dei vimini&#8221;, quel che stupisce \u00e8 come, in pochi decenni, sia stata quasi totalmente cancellata anche l\u2019esistenza delle botteghe artigiane, ben pi\u00f9 antiche e diffuse dell'&#8221;industria&#8221;, che gi\u00e0 dal medioevo si riunivano in corporazioni in molte citt\u00e0. Anche l\u2019autoproduzione familiare, che nelle aree rurali era un\u2019attivit\u00e0 consueta della stagione invernale, \u00e8 praticamente scomparsa.<\/p>\n<p>L\u2019intreccio di fibre vegetali veniva inoltre praticato, non solo nel nostro paese, in situazioni di reclusione: da persone detenute in carcere, internate in manicomio, marinai imbarcati su lunghe rotte\u2026 Senza dubbio, si tratta di un\u2019attivit\u00e0 perfetta per chi ha tanto tempo da perdere e scarse prospettive di reddito: proprio per questo, oggi \u00e8 una professione \u201ctroppo modesta\u201d per un\u2019economia di mercato, in cui il tempo si misura in denaro; costituisce invece un\u2019occupazione ideale in economie di sopravvivenza o di autosufficienza, in cui \u00e8 necessario o preferibile soddisfare i propri bisogni senza spendere moneta.<\/p>\n<p>Sono, fra altre cose, una cestaia. Le mie riflessioni sull&#8217;argomento provengono dall&#8217;esperienza diretta e dallo scambio di idee con altre persone che praticano quest&#8217;arte. Dico &#8220;arte&#8221; e non &#8220;mestiere&#8221;, perch\u00e9 \u00e8 difficile trovare qualcuno che faccia della cesteria una professione, e considero cestaio chiunque pratichi quest&#8217;arte <em>nel presente<\/em>, per qualunque motivo lo faccia. Sono soprattutto queste persone che &#8220;salvano la tradizione&#8221;, mantenendola in vita, ed essendo rare, \u00e8 meglio riunirle sotto un&#8217;unica definizione, piuttosto che suddividerle in &#8220;professionisti&#8221;, &#8220;apprendisti&#8221;, &#8220;dilettanti&#8221;, &#8220;ricercatori&#8221;, &#8220;artisti&#8221;, eccetera. Un amico, cestaio-pedagogista, suggerisce la definizione &#8220;chi intreccia vegetali&#8221;, includendo anche chi impaglia sedie e chi fabbrica corde, scope, stuoie, reti da pesca\u2026 Restiamo, comunque, in pochi.<\/p>\n<p>Cercando di valutare i fattori di resilienza, cio\u00e8 le possibilit\u00e0 di reagire positivamente a quello che pu\u00f2 sembrare un declino irreversibile, non mi sento troppo pessimista. Prima di conoscere un vero cestaio, credevo che nella mia regione non ce ne fossero pi\u00f9. Poi credevo che fossero tutti, come il mio primo maestro, molto anziani, che avessero imparato da bambini, in casa, e che avessero fatto cesti per tutta la vita, come i loro avi. Poi ho incontrato altri cestai, a volte pi\u00f9 giovani di me, e ho rivisto i miei pregiudizi iniziali: le persone che si dedicano all\u2019intreccio sono uomini e donne, vecchi e giovani, vivono in campagna e in citt\u00e0. Semplicemente, queste persone non sono molto collegate tra loro, e non hanno molte occasioni per incontrarsi.<\/p>\n<p>Dal punto di vista demografico, \u00e8 probabile che i cestai contemporanei siano soprattutto anziani in pensione (e per fortuna ci sono!), ma esistono anche persone pi\u00f9 giovani, che imparano l&#8217;arte per motivi diversi dal &#8220;farne un mestiere&#8221;: semplice curiosit\u00e0, gusto per fai-da-te, interessi botanici, ricordi di famiglia&#8230; Se questi motivi sono insufficienti a creare una nuova generazione di artigiani e operai specializzati, tuttavia bastano a far s\u00ec che non tutto sia perduto.<\/p>\n<p>Le persone che desiderano imparare sono diverse, e hanno motivazioni di intensit\u00e0 variabile. La maggior parte delle persone a cui insegno a intrecciare non proseguono, per vari motivi: poco tempo libero, problemi nel reperire e trattare il materiale, poco spazio in casa\u2026 Alcuni si scoraggiano quando si rendono conto del tempo e dell\u2019impegno necessari. Altri, un\u2019esigua ma significativa minoranza, si appassionano e continuano. L\u2019apprendimento della cesteria per libera scelta \u00e8 senz\u2019altro preferibile all\u2019esercitare un mestiere per consuetudine ereditaria o per mancanza di alternative, come avveniva in passato; anche gli apprendisti che \u201cfanno tutt\u2019altro nella vita\u201d, e non intendono n\u00e9 raggiungere livelli di eccellenza n\u00e9 salvaguardare particolari tradizioni, possono portare benefici, come l\u2019opportunit\u00e0 di riunire diverse competenze, di altri \u201cmestieri antichi\u201d &#8211; falegnameria, tessitura, arte dei nodi-, cos\u00ec come di \u201cprofessioni attuali\u201d -architettura, design, progettazione del verde, upcycling-. D\u2019altra parte, molte persone cominciano o ricominciano a far cesti proprio dopo la pensione, avendo pi\u00f9 tempo libero e meno preoccupazioni economiche.<\/p>\n<p>L&#8217;Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha istituzioni pubbliche che tutelino e promuovano questo sapere, come scuole, sindacati, associazioni di categoria; esistono, s\u00ec, qualche prezioso museo, a testimonianza delle eccellenze del passato, e alcune associazioni e gruppi locali, che organizzano fiere, corsi, mostre, siti web. Chi vuole imparare, oltre a rivolgersi a loro, pu\u00f2 trovare per conto proprio un maestro, un manuale cartaceo o un tutorial su internet; non \u00e8 necessario, insomma, imparare in una scuola, n\u00e9 da una persona in carne e ossa, ed \u00e8 possibile impararare in pi\u00f9 modi. Mancando una scuola che fissi \u201cla regola d\u2019arte\u201d e conferisca titoli, si incontrano insegnanti diversi, per formazione ed esperienza: specializzati od eclettici, tradizionalisti o creativi, rigorosi o approssimativi. Questa indeterminazione pu\u00f2 costituire un problema nella conservazione pedissequa delle lavorazioni pi\u00f9 complesse; tuttavia, in un\u2019ottica di lungo periodo, risulta evidente che il mantenimento di qualunque tradizione implica un costante rinnovamento.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le materie prime, assistiamo a un paradosso: si trova in commercio una gran variet\u00e0 di materiali importati, anche da molto lontano, quando a due passi da casa c\u2019\u00e8 tutto ci\u00f2 che occorre, spesso a costo zero. Anche se sono molto rare le coltivazioni intensive di salici, tutte le piante tradizionalmente usate per l\u2019intreccio, spontanee e coltivate, sono ancora disponibili sul territorio, a volte in abbondanza (ad esempio la vitalba nei terreni abbandonati, valida alternativa al midollino proveniente dal sudest asiatico). Quel che va perdendosi \u00e8 la conoscenza riguardo a come coltivarle, raccoglierle e utilizzarle. Questa conoscenza di una pianta (cio\u00e8, la sua valenza antropologica) \u00e8 spesso vicina al luogo in cui essa cresce, tuttavia l\u2019industrializzazione dell\u2019agricoltura ha mutato radicalmente il paesaggio rurale e le abitudini dei contadini; cos\u00ec i salici sono diminuiti, e il grano a paglia lunga \u00e8 stato sostituito, ma sono nel frattempo apparse anche nuove piante, non autoctone, che potrebbero rivelarsi adatte: come l\u2019amorfa che invade i letti dei fiumi, o i glicini, i bamb\u00f9 e le palme dei giardini\u2026 Si apre qui un campo aperto alle sperimentazioni, e alle contaminazioni con altre culture, con artigiani di altri paesi. In pratica, chi intreccia \u00e8 meno vincolato di un tempo, per la scelta dei materiali, al territorio in cui vive e opera; pu\u00f2 coltivare le piante che occorrono, o raccogliere piante spontanee (magari sperimentando tutto ci\u00f2 che trova a portata di mano), oppure, al contrario, comprare prodotti grezzi o semilavorati, senza preoccuparsi di conoscere le piante e i luoghi da cui provengono. Sotto questo aspetto, \u00e8 a rischio la tradizione di impiegare nei diversi luoghi le piante che l\u00ec sono disponibili, cio\u00e8 la continuit\u00e0 dei rapporti, stabiliti nei secoli, tra artigiani ed ecosistemi: la grande biodiversit\u00e0 che caratterizza il nostro paese si \u00e8 tradotta in una variet\u00e0 impressionante di tradizioni regionali e locali.<\/p>\n<p>Dal punto di vista commerciale, come ho gi\u00e0 detto, non c\u2019\u00e8 concorrenza con l\u2019invasione di prodotti importati, che detta un valore di mercato molto basso; del resto, anche il commercio equo vende cesti d&#8217;importazione\u2026 I manufatti dei cestai italiani sono perlopi\u00f9 destinati ad \u201cintenditori\u201d. Viene da chiedersi se un&#8217;arte la cui origine precede di millenni l&#8217;invenzione del denaro possa essere praticata anche in assenza di un mercato.<\/p>\n<p>Se non sono troppo pessimista, \u00e8 perch\u00e9 si pu\u00f2 intrecciare in tanti modi e per tanti motivi. Raramente per campare, pi\u00f9 spesso per passione, a volte come passatempo. Per autoprodurre un oggetto utile o creare un\u2019opera d\u2019arte, per fare un regalo o un esperimento, seriamente o per gioco, per ricordare o per mostrare come si fa. Tanti modi per insegnare a comprendere il significato di gesti che compiamo da millenni, ovunque nel mondo, e che fanno parte del passato come del presente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cos\u00ec si potrebbe riassumere, in una frase, lo stato dell&#8217;arte della cesteria in Italia, agli inizi del XXI secolo. Il cesto \u00e8 ancora un oggetto comune e facilmente reperibile, mentre i cestai sono diventati una rarit\u00e0. Il cestaio \u00e8 una presenza inavvertita nel tessuto socioeconomico, un \u201cantico mestiere\u201d da esibire nelle fiere agricole o nei musei etnografici, una sorta di fossile vivente. Certo, nei paesi da cui importiamo questi manufatti, i cestai devono essere ben pi\u00f9 numerosi, com\u2019erano nel nostro paese fino a pochi decenni fa. 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